In un'altra occasione ho avuto modo di parlare, a proposito del lavoro di Franco Testa, di specificovisivo unificante, di omogeizzazione dell'immagine, I dipinti recenti sembrano confermare questo indirizzo, che poi altro non è che esasperata ricognizione dello stile,anzi di "uno" stile da assumere su cui costruire tutto un discorso pittorico
La metodica privilegiata da franco testa è la sintesi. il procedimento somiglia a una graduale denudamento del modello referente- per lo più il suo habitat naturale, le colline picene con qualche inserimento di strutture monumentali- che provoca una contestuale sottrazione di elementi figurativi fino a definire una visione articolata su moduli geometrici primari.
Il risultato è un'invenzione ibrida, sospesa com'è tra il dato paesaggistico indovinato e la certa formula astratta o comunque astrattizzante. Per inciso, va riconosciuto che l'opera di Testa risente, anche se inconsciamente, di quella che vorrei chiamare la "Scuola di Ascoli", movimento che, sotto denominazione diverse e a volte confuse, ha impostato intorno agli anni '80 un nutrito programma teorico e operativo mirante appunto alla riconversione reciproca di fattori realistico-oggettivi e analitico-soggettivi.
Ma Testa non deve al genius loci più di quanto gli consenta una curiosità istintiva e interlocutoria. Perchè il suo obbiettivo resta l'esperienza formale, dovesse costargli la rinuncia ai contenuti e il congelamento delle emozioni. La cifra riassuntiva di oggi, che appare ancora più serrata di una volta, lo prova: registro iconico e cromatico tendono a ri-definire in chiave "purista" questo universo inerte e disabitato, come se l'artista volesse individuare una dialettica, contrapporre valori basici.
Così la nitidissima e ricorrente campitura ondulare, tutta giocata sulla gamma dei verdi, diventa indizio della memoria etnica, mentre la frantumazione del piano visivo in segmenti caledoscopici porta la lettura dell'opera a un denominatore percettivo che implica come uno sguardo "artificiale" sulla realtà; un approccio che ne esalta la dinamica invisibile, nel momento in cui fissa nella stessa area linguistica il dominio della retina e quello del pensiero.
Giuliano Serafini