L'occhio di Franco Testa, qui si mostra post-felliniano, nel senso che egli non assiste, come in Roma, all'istantanea disparizione per polverizzazione dell'antico dipinto parietale: a lui non interessano quelle megalografie,non le focalizza. Egli si sofferma sullo zoccolo delle pareti decorate, zumando dall'insieme al particolare più basso, cioè più infimo sia come collocazione ambientale, sia come porzione di supporto della decorazione nella sua globalità. Ma il significato di una museografia antiquaria, a rischio di una predestinazione fatalistica come quella felliniana resta intatta, ancorchè non parafrasata, a futura memoria dell'artista. il Cinabro lucente di questi dipinti, che ha un più illustre sinonimo in quel rosso pompeiano che, ancora oggi, è citato quale archetipo di un cromatismo il quale indifferentemente, può celebrare la
vita (Eros) e la morte (Thanatos), ci appare maculato da rare chiazze neutre e deformato da improvvisi rigonfiamenti simili a bubboni: una sorta di cancro del colore, contro il quale le filettature in controtono che definiscono i contorni dello zoccolo sembrano fragili argini.
E' sorprendente come facendo leva sulla memoria visiva di uno stereotipo culturale, quale la decorazione delle case pompeiane, l'artista solleciti la nostra riflessione su una quantità di fattori etici ed estetici, che attengono, usando l'identico metodo d'indagine, storico e sociologico, al vissuto del passato e a quello dell'oggi
Carlo Melloni
Copyright 2007 Franco Testa