Copyright 2007 Franco Testa
è un nondipinto in quanto costituito semplicemente dall'affioramento totale del supporto gessoso irregolare, proprio come l'intonaco di un muro corroso da muffe plurisecolari, che hanno cancellato la pellicola pigmentata. In questi casi, la persistenza nella rétina delle immagini visionate in precedenza riempie quel biancore inatteso, di iconografie omologhe.
Si è scritto in passato, a proposito di questa pittura, anche da chi scrive queste note, che il più evidente referente culturale dell'artista ascolano sono quel che resta delle pitture murali della città di Pompei dopo il disastroso terremoto del 62 d.C. e
l'ancor più disastrosa eruzione del Vesuvio, diciassette anni dopo, che seppellì case e abitanti sotto una spessa coltre di cenere e lapilli. Chi ha visto le pitture superstiti della " Villa dei misteri ", della "Casa dei Vettii " o della " Casa del Menandro ", per citarne alcune, può individuare
in questi dipinti di Franco Testa il motivo ispiratore, una sorta di
feedback, che s'innerva, fuor d'ogni dubbio, su un dato di memoria, ma che qui s'arricchisce della sensibilità dell'artista ad estrapolare da un contesto storicizzato un ventaglio di ipotesi di lavoro parcellizzate in tanti microcosmi pittorici (la rifinitura di uno zoccolo parietale, un particolare di anatomia umana, un ramoscello di alloro, ecc.), da cui l'artista espunge quell'essenza delle cose di cui si diceva più sopra. E poi, il colore rosso dominante. Il "rosso pompeiano" per antonomasia, che copre interamente gli sfondi e dilaga nella definizione cromatica delle immagini sovrapposte, un colore che è entrato nella storia dell'arte come parametro stilistico se è vero, come è vero, che ad esempio nell'età del neo-classico è stato saccheggiato a piene mani dagli architetti di esterni e di interni del tempo per conferire ai loro prodotti un tocco di classicismo.
Nell'interpretazione dell'artista ascolano, il colore rosso funge da involucro alla serie di reperti iconici che lo stimolo espressionista gli detta. Anche per lui è un rosso shocking, ma a differenza degli anonimi pittori di Pompei impegnati a dilettare l'otium dei ricchi committenti romani, Testa sembra orientato a circoscrivere, senza esaltarla, ma anzi sottolieando i guasti imposti dal tempo e dai catastrofici eventi naturali, gli esempi di una cultura visiva, tutto sommato trasgressiva e godereccia, incartata nel cellophan del ritualismo idolatrico.